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Per l’Onu il sostegno Ue alla Libia contribuisce agli abusi

Il report Onu vede UE e Stati membri complici degli abusi ai migranti detenuti in Libia per l’invio di mezzi ed equipaggiamenti per intercettare chi parte. Eppure l’UE sembra non ascoltare

Di Fabio Papetti (IrpiMedia)

Editing Paolo Riva (IrpiMedia)

Adria 06/02/23 – Delivery ceremony of the Libyan patrol boat class 300. European Commission – Andrea Pattaro
  • Il report delle Nazioni Unite fa luce sulle violenze perpetrate dalle forze libiche durante le operazioni di intercettamento e detenzione dei migranti.
  • Si registrano casi confermati di privazione della libertà, abusi sessuali, torture ed esecuzioni sommarie ad opera della guardia costiera libica e dell’unità preposta per il controllo dei centri di detenzione (DCIM).
  • L’UE e gli Stati Membri sono stati accusati di aver avuto una parte diretta o indiretta nelle violenze tramite il loro supporto monetario e tecnico e la fornitura di attrezzature
  • La risposta difensiva dell’Europa che vede i casi descritti come “incidenti” sottolinea ancora una volta la cecità europea che caratterizza le politiche migratorie 

 

Lunedì 27 marzo la missione delle nazioni unite per l’indagine su possibili casi di violazione dei diritti umani in Libia (fact-finding mission in inglese) ha pubblicato il suo report finale nel quale, tra le altre cose, dà prova che l’Unione Europea e gli Stati Membri abbiano contribuito in forma «diretta o indiretta» al perpetrarsi di abusi nei confronti dei migranti bloccati sulle coste libiche. Infatti, secondo il gruppo di esperti, l’Europa avrebbe fornito supporto tecnico e mezzi ai principali gruppi coinvolti in casi di torture, uccisioni sommarie e stupri nei centri di detenzione per migranti. 

I soliti sospetti

La parte centrale del report si concentra sul ruolo delle autorità libiche nel campo della migrazione ed evidenzia come forze sotto il governo di unità nazionale (GNU) legittimato dall’Unione Europea abbiano perpetrato diversi abusi nei centri preposti per la detenzione e il successivo rimpatrio verso i Paesi di origine dei migranti. Sotto i riflettori sono principalmente il Direttorato per il contrasto all’immigrazione illegale (DCIM nell’acronimo inglese), responsabile dei centri di detenzione ufficiali e, senza sorprese, la cosiddetta guardia costiera libica. In particolare il DCIM, secondo il gruppo di esperti, sarebbe responsabile per crimini contro l’umanità commessi nei centri di detenzione sotto il suo controllo in Tariq al-Matar, Abu Salim, Ain Zarah, Abu Issa, Gharyan, Tariq al-Sikka, Mabani, Salah al-Din and Zawiyah, tutti nella regione di Tripoli, oltre che nei centri informali di al-Shwarif, Bani Walid, Sabratha, Zuwarah (sulla costa ad ovest della capitale) e Sabha (quest’ultima nel sud ovest della Libia). Tutti i centri menzionati sono i principali punti in cui i migranti intercettati in mare vengono riportati a terra. Inoltre, DCIM, Guardia costiera libica e il già noto gruppo Stability Support Apparatus (SSA) sarebbero collusi con i trafficanti di esseri umani, traendo dunque profitto dal traffico. Questo in realtà non dovrebbe sorprendere, visto che tra le fila della guardia costiera libica e del SSA è presente il gruppo di Abd al-Rahman al-Milad, detto “Bija”, famoso trafficante di esseri umani scarcerato nel 2021 e inserito nuovamente nei ranghi delle forze che pattugliano la costa. In tutto ciò, continua il report, migranti e richiedenti asilo che avrebbero avuto l’opportunità di ricevere protezione in UE, sono stati intercettati e detenuti al solo fine di fermarli dal raggiungere le sponde italiane. Lo scenario che viene dipinto è chiaro: autorità libiche rifornite dalla tecnologia e dai mezzi europei portano avanti un business del traffico di esseri per arricchirsi ulteriormente sulle spalle di chi non è voluto dall’Europa. 

Orecchie da mercante 

I risultati ufficiali arrivano dopo le decine di report che diverse ONG hanno svolto sul campo negli anni che hanno seguito la rivoluzione del 2011. Tuttavia rappresentano un passo in avanti sul processo di critica all’operato europeo in Libia. Critiche che l’Unione Europea sembra non recepire. Dopo le accuse supportate dai dati raccolti, la Commissione Europea ha risposto affermando di non essere d’accordo con le valutazioni del rapporto e che il lavoro svolto in Libia è di fondamentale importanza. «Far nulla non è un’opzione. Il nostro obiettivo è migliorare la situazione delle persone bloccate in Libia», ha dichiarato il portavoce del Servizio europeo di Azione Esterna Peter Stano. «Sicuramente ci sono incidenti. Alcuni problemi ci preoccupano ma stiamo cercando di risolverli con i nostri partner in Libia e con altri attori internazionali», ha concluso Stano. 

Eppure i numeri parlano chiaro: nel complesso, l’Unione Europea  ha stanziato 700 milioni di euro a sostegno della Libia, tramite vari strumenti di finanziamento tra cui il Fondo fiduciario di emergenza per l’Africa. Il risultato, ad oggi, è un totale di oltre 30mila morti tra naufragi e morti nei centri di detenzione e un indebolimento costante della società civile libica. È di metà marzo la notizia che il governo di unità nazionale libico (GNU) supportato dall’Ue abbia, insieme alla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), dichiarato illegale ogni forma di organizzazione della società civile, di fatto imbavagliando ogni tipo di opposizione. Il tutto con il beneplacito della comunità internazionale. 

I soliti colpevoli

In effetti, ammettere anche solo in parte una colpevolezza o una mala gestione delle risorse vorrebbe dire essere al corrente che le centinaia di milioni di euro spesi dalla UE in Libia abbiano contribuito poco ad un cambio di tendenza nel paese verso una maggior umanizzazione nelle azioni di controllo di confine e una maggior democratizzazione nella società. In più, vorrebbe dire ammettere che l’interesse principale dell’Europa è quello di bloccare i migranti, a qualunque  costo. Intanto, nello stesso giorno in cui i risultati del report venivano pubblicati, l’Italia, attraverso i finanziamenti europei, consegnava alla guardia costiera libica altri due RHIBs (imbarcazioni veloci) per il controllo dei confini marittimi. Business as usual

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