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Rimpatri volontari? 

Asgi contesta i fondi italiani destinati a Oim per i rimpatri volontari dalla Tunisia. Un’azione legale importante perché tocca uno strumento che ha acquisito via via maggiore importanza nelle politiche migratorie europee.

Autori: Antonella Mautone, Fabio Papetti

Editor: Paolo Riva

In breve: 

  1. Il Consiglio di stato ha accolto l’appello cautelare di Asgi contro il finanziamento di 3 milioni dell’Italia a OIM per i rimpatri volontari in Tunisia.
  2. Contestata la volontarietà dei rimpatri in un contesto in cui i migranti sono soggetti a discriminazione, detenzioni arbitrarie ed espulsioni nel deserto.
  3. Il sistema dei rimpatri negli ultimi anni ha acquisito importanza nel contesto delle politiche migratorie europee in Nord Africa, come dimostrano i casi di Tunisia e Libia. 
  4. Questi casi sembrano però essere usati per legittimare i finanziamenti alle autorità di frontiera locali, dando una sfumatura umanitaria alle azioni di controllo.

I rimpatri volontari dalla Tunisia non possono dirsi tali e l’Italia non dovrebbe finanziarli.
La posizione di Asgi è chiara e, ora, su questa materia, sarà chiamato ad esprimersi anche il Tar del Lazio. La data della prima udienza è stata fissata per il prossimo 22 maggio e l’azione legale è importante non solo per l’Italia: negli ultimi anni, infatti, il sistema dei rimpatri volontari ha acquisito via via maggiore importanza nel contesto delle politiche migratorie europee.

All’udienza di aprile ci si arriva perché il tribunale amministrativo laziale aveva inizialmente respinto il ricorso dell’associazione, ma senza esprimersi sul contenuto. Asgi ha così fatto appello al Consiglio di Stato, ha vinto e il Tar del Lazio dovrà esprimersi sulla legittimità del finanziamento italiano per i rimpatri volontari. Si tratta di 3 milioni di euro che l’Italia ha destinato all’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) per effettuare rimpatri – o ritorni, come li chiama l’Oim – volontari assistiti dalla Tunisia verso i Paesi di provenienza dei migranti che si trovano nello stato nordafricano. Per gli avvocati dell’associazione, la volontarietà dei migranti sarebbe viziata dagli abusi e dal clima ostile che regna in Tunisia nei loro confronti ormai da mesi. 

«L’amministrazione italiana, seppur consapevole della degenerazione del contesto tunisino, ha comunque deciso di finanziare una misura che rischia di violare il principio di non-refoulement e lo ha fatto senza un’istruttoria adeguata e senza richiedere le garanzie previste nel nostro ordinamento proprio per il rimpatrio volontario», spiega Adelaide Massimi, Project Coordinator per Asgi.

LA DEFINIZIONE – “Rimpatri” o “ritorni”?

Secondo l’Oim, il termine corretto per definire i loro programmi è “ritorno” e non “rimpatrio” volontario assistito. “Ritorno” ha un’accezione positiva e sottolinea la piena volontarietà del rientro nel proprio Paese d’origine, “rimpatrio” invece implica un’imposizione o l’intervento di un’autorità esterna che con il suo potere decide per la persona stessa. Può anche essere un “rimpatrio forzato” e in quel caso è una violazione delle leggi internazionali se chi lo subisce è un richiedente asilo o un rifugiato. In questo pezzo abbiamo scelto di adottare il termine “rimpatrio assistito” per due motivi: istituzioni come la Corte dei Conti e il Viminale adottano il termine “rimpatri”; il ricorso di Asgi mette in discussione la volontarietà del rientro. 

I rimpatri e le loro problematiche

Nel novembre 2021, l’Italia ha firmato un accordo con l’Oim chiamato Enhancing response mechanisms and assistance of vulnerable migrants in Tunisia (Potenziamento dei meccanismi di risposta e assistenza ai migranti vulnerabili in Tunisia, in italiano) che aveva come obiettivi principali la protezione e l’assistenza sul posto dei migranti in condizioni di vulnerabilità e l’assistenza al rimpatrio volontario e la reintegrazione nel Paese d’origine. Per il progetto erano stati stanziati due milioni di euro, successivamente aumentati a 3,15 milioni nel dicembre 2022. Nel giugno 2023, l’Italia ha rinnovato l’accordo, esteso al 2025, per altri 3 milioni di euro, portando i fondi totali messi a disposizione dell’Oim a 6,15 milioni. Gli ampliamenti avvenuti nel progetto, spiega Asgi in un comunicato, «ne hanno completamente modificato gli obiettivi. Si è assistito a un trasferimento della maggior parte delle risorse verso i programmi di rimpatrio cosiddetto volontario», contro i quali l’associazione ha fatto ricorso. 

Secondo Flavio di Giacomo, portavoce dell’ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Oim, «si è deciso di rinforzare il programma di ritorni volontari per via delle discriminazioni a sfondo razziale di cui i migranti sono pesantemente vittime da oltre un anno. Oltre a scappare via mare, erano tantissime le persone che chiedevano di poter tornare nel proprio Paese di origine e non ci riuscivano».

Il contesto nel quale si inscrivono i rimpatri volontari assistiti dalla Tunisia è andato peggiorando costantemente a partire dal febbraio 2023, quando il presidente Kais Saied ha tenuto un discorso in cui ha criminalizzato i migranti subsahariani: «Esiste un piano criminale per cambiare la composizione demografica della Tunisia – ha detto il presidente durante una riunione del Consiglio di sicurezza -, ci sono alcuni individui che hanno ricevuto grosse somme di denaro per dare la residenza ai migranti subsahariani. La loro presenza è fonte di violenza, crimini e atti inaccettabili, è il momento di mettere la parola fine a tutto questo perché c’è la volontà di fare diventare la Tunisia solamente un paese africano e non un membro del mondo arabo e islamico». Dopo le parole sono arrivati gli episodi di violenze della popolazione e delle forze dell’ordine contro i migranti subsahariani. Quindi, a partire dalla scorsa estate, proprio mentre veniva firmato il Memorandum d’intesa Ue-Tunisia, sono andate crescendo le intercettazioni delle imbarcazioni dirette verso l’Italia da parte della Guardia costiera tunisina e le deportazioni nel deserto dei migranti senza acqua e cibo, spesso ai confini con la Libia e l’Algeria.

Secondo Asgi questo contesto impedisce che possa esserci volontarietà nella decisione di rientrare nel proprio Paese: «I rimpatri effettuati da Oim in Tunisia –  continua Massimi di Asgi – non possono essere considerati volontari, perché di fatto si è creato un blocco della Guardia nazionale tunisina (la polizia tunisina, ndr) che impedisce alle persone di lasciare il Paese e commette delle atrocità disumane. In questo contesto l’adesione ai rimpatri non può essere considerata volontaria e quindi i finanziamenti a questa pratica sono illegittimi». 

Numeri e costi dei rimpatri 

Grazie ai dati ottenuti da Asgi tramite delle richieste di accesso agli atti, sappiamo che tra marzo 2022 e agosto 2023, il progetto Oim sostenuto dall’Italia ha garantito il rimpatrio volontario dalla Tunisia a 1.350 persone. A puntare su questo strumento non c’è solo l’Italia ma l’intera Unione Europea, nell’ambito delle sue politiche per limitare i flussi migratori irregolari in ingresso. Tra 2015 e 2021, per la Tunisia sono stati stanziati 20 milioni di euro dello European Trust Fund for Africa (Eutf) alla voce “Sostegno al miglioramento della governance della migrazione e rimpatri volontari assistiti” e, secondo un documento del giugno 2023, le persone che sarebbero state riportate nel loro Paese di origine sono state 822. Anche il Neighbourhood, Development and International Cooperation Instrument (NDICI), lo strumento che ha di fatto sostituito l’Eutf nell’attuale programmazione Ue, prevede specifici stanziamenti per questo capitolo, anche se non è chiaro esattamente quante siano le risorse e quali i risultati, al momento. Di certo dei 105 milioni di euro promessi dal Memorandum d’intesa tra Ue e Tunisia, almeno 13 milioni sono stati destinati all’Oim per «sostenere i rimpatri volontari dalla Tunisia verso i paesi di origine e la reintegrazione dei rimpatriati tunisini». 

I rimpatri volontari assistiti sono in aumento non solo in Tunisia. Oim, si legge in un comunicato dell’organizzazione, «ha assistito più di 69mila migranti in rimpatri volontari a casa nel 2022. Ciò rappresenta un aumento del 39% dei rimpatri assistiti rispetto all’anno precedente». Dal punto di vista geografico, il Medio Oriente e il Nord Africa hanno superato l’Europa come area dalla quale è stato fatto il maggior numero di rimpatri di questo tipo, con un aumento dei rimpatri volontari dai Paesi di transito dei migranti fuori dall’Ue. 

Una tendenza che non sembra destinata a interrompersi, stando a quanto ha scritto la Commissione europea in un documento di policy sui rimpatri nel gennaio 2023: «L’Ue – si legge – continua a sostenere i rimpatri dai Paesi di transito, in particolare da Turchia, Nord Africa e Balcani occidentali, verso i Paesi d’origine, al fine di alleviare la pressione migratoria sui Paesi partner». Come la Libia, per esempio.

Il parallelo libico

In Libia l’Oim è incaricata di assistere i migranti durante le operazioni di sbarco, dopo che vengono intercettati dalla cosiddetta Guardia costiera libica, e una volta che vengono trasferiti nei centri di detenzione. Anche in questo caso, Asgi aveva criticato fortemente la volontarietà nella scelta del rimpatrio perché le condizioni che circondano la persona interessata – e cioè gli abusi, le violenze e le torture nei centri di detenzione da parte delle milizie ormai ampiamente documentati – impediscono di pensare ad un’alternativa. Uno dei progetti di Oim in Libia, il  Multi-sectoral support for vulnerable mobile populations and communities in Libya (qui il budget dal sito di The Big Wall) ha visto un progressivo spostamento del suo focus dall’assistenza in loco ai rimpatri, come nel caso tunisino.

Il contesto ha sicuramente elementi che lo differenziano da quello tunisino, come lo strapotere delle milizie e le violazioni dei diritti umani documentate nei centri di detenzione, ma anche tratti comuni con la situazione che si è andata creando nel paese vicino. Oim Tunisia afferma che conduce sempre una forma di assistenza precedente alla partenza così da assicurarsi che i migranti esercitino la loro piena volontà quando prendono una decisione, che può essere cambiata in qualsiasi momento. Tuttavia, tutte le difficoltà che quotidianamente affrontano le persone sub-sahariane in Tunisia spingono Asgi a sostenere che anche in questa situazione ci si trovi davanti a delle espulsioni mascherate piuttosto che a dei processi autenticamente volontari. 

I due volti delle politiche europee

In pratica, secondo l’associazione di avvocati, i rimpatri volontari assistiti sono l’altra faccia della medaglia del processo di esternalizzazione delle frontiere promosse dall’Unione europea. Da un lato, c’è il sostegno ai Paesi terzi, come la Libia o la Tunisia, tramite equipaggiamenti, forniture, addestramenti e formazioni alle forze di sicurezza e polizia di questi stati, che spesso tengono poco o nulla in considerazione i diritti umani. Dall’altro lato, è il ragionamento di Asgi, in quegli stessi paesi, c’è la presenza di organismi internazionali come Oim che svolgono sì delle attività umanitarie, ma forniscono anche una certa legittimazione ai gruppi che violano i diritti dei migranti e alle politiche Ue nel loro complesso. 

«Il grosso è la forza bruta, ma certi progetti sono centrali nella costruzione di una narrazione rispetto alle politiche di esternalizzazione», riprende Massimi di Asgi. 

I rimpatri, quindi, non solo non sarebbero volontari, ma contribuirebbero anche ad alimentare una narrazione che “addolcisce” le politiche Europee e nazionali per limitare i flussi migratori. E che è arrivata fin dentro le aule dei tribunali italiani. 

È il caso del ricorso presentato da Asgi nel 2019 contro il finanziamento italiano, tramite 2,5 milioni di euro del Fondo Africa, per la rimessa in efficienza di quattro motovedette libiche e per l’addestramento dell’equipaggio. Nell’ambito di quell’azione legale, il Consiglio di stato ha respinto le richieste dell’associazione e ha legittimato il finanziamento poiché, oltre a fornire «assistenza tecnica alle Autorità preposte al controllo delle frontiere per il contrasto al traffico di migranti e alla tratta di esseri umani, ha mirato anche al miglioramento delle condizioni di protezione e umanitarie dei centri in Libia a favore dei migranti e dei rifugiati». 

In quell’occasione, conclude Massimi, «il finanziamento a organizzazioni umanitarie ha creato un paravento che è stato usato dai giudici». 

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